Tributo alla mia Alfa.
Martedì, Marzo 11th, 2008
Beh, sono vivo per raccontarlo e sicuramente buona parte del merito lo devo a lei. Ieri, percorrendo la Torino Aosta per raggiungere Ivrea, un camion a rimorchio nel tentativo di sorpassare un altro camion che si immetteva da una piazzola di sosta, mi ha tagliato la strada. A causa degli spazi ridottissimi, nei pochi secondi che ho avuto per rendermi conto (e credetemi, mi stupisco della lucidità che ho tenuto in quel momento), ho capito che la collisione era inevitabile.
Freno per evitare che mi colpisca e rimanga schiacciato tra lui e il guardrail e sbando a destra per evitarlo, cercando la corsia d’emergenza. Subito ringrazio l’alfa per la manovra perfetta che mi ha permesso la sua rigidità eccezionale. “Troppo stretta, finisco di sicuro nel fosso”. Sbando ancora verso l’interno, verso il camion, “3, 2, 1, boom”. Mi appoggio al camion ancora in fase iniziale di sorpasso, l’Alfa si accartoccia, il tetto si piega, mi infilo sotto il camion sfregando con la fiancata destra contro l’autobotte che voleva sorpassare. Attimi tremendi. Mi trascina lungo tutto il sorpasso, schiacciato tra i due bestioni in movimento. Io da dentro l’abitacolo, con tutti i vetri esplosi e gli airbag scoppiati, osservo il fondo del camion, la poca luce che filtrava tra i due autotreni e non posso che pensare di star per morire. “Adesso arriva, sta arrivando la botta che mi ucciderà. La sto aspettando. 3, 2, 1….” ma niente. Il sorpasso finisce, con un ultimo colpo di sterzo riesco a sganciarmi dall’autotreno. L’Alfa sta percorrendo gli ultimi metri della sua esistenza. Accosto. Apro gli occhi. Chissà quando gli avevo chiusi. Il primo camionista sta correndo piangendo lungo l’autostrada e gridando. Incomprensibile. Mi guardo. Ci penso. Lo shock può non farmi sentire il dolore. Ci ripenso. Mi riguardo. Non ho niente. Che Dio me ne voglia. Non ho niente. Provo ad aprire la porta ma è bloccata. Il camionista riesce a sbloccarla e ad aprirla. Mi tira fuori. Era convinto di avermi ucciso. Tutti pensavano che io fossi morto. Mi alzo sulle mie gambe osservando i tre minuscoli taglietti sanguinanti sul mio dito. Guardo la macchina. Quello che ne resta. Ma per dio, il suo l’ha fatto.
Arrivano i primi soccorsi, una signora che ha visto tutto corre verso di me, anche lei con le lacrime agli occhi, imprecando verso quel pirata grande e grosso. Mi abbraccia e io la stringo. E’ una sensazione strana e abbastanza incredible. Sento di essere vivo.
Poi il resto è “Procedura”. Vengo caricato e legato in ambulanza. Arrivo all’ospedale e da sdraiato sulla barella vedo il soffitto scorrere sopra la mia testa, come nelle peggiori inquadrature cinematografiche alla ER. Esami, radiografie, analisi, collare. Casa.
Sono stato fortunato. Ma tanto lo devo a quella macchina nera, lucida, bassa e larga. Altrimenti sarei finito sbalzato fuori strada e a quest’ora chissà cosa si direbbe.
“Perchè la vita è così. Procediamo a piccoli passi. Rialziamo la testa e torniamo ad affrontare il volto feroce e sorridente del mondo. Pensiamo. Agiamo. Sentiamo. Diamo il nostro piccolo contributo alle maree del bene e del male che inondano e prosciugano la terra. Trasciniamo le nostre croci ammantate d’ombra nella speranza di una nuova notte. Lanciamo i nostri cuori coraggiosi nelle promesse di un nuovo giorno. Con amore: l’appassionata ricerca di verità diversa dalla nostra. Con struggimento: il puro, ineffabile anelito di essere salvati. Poichè fino a quando il destino ce lo consente, continuiamo a vivere. Che Dio ci aiuti. Che Dio ci perdoni. Continuiamo a vivere.” Gregory Devid Roberts, Shantaram (2003)





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